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Ciabattino

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Libri gratis 26.3.2016 - 8:28 - #11

Fondata da Anna Hilbe, la struttura in poche settimane è già un'istituzione e funziona così: chi desidera un testo può prenderlo, purché non se ne portino via più di tre. Il progetto sopravvive grazie alle donazioni, tra chi svuota casa e non sa che farsene dei vecchi classici, chi trasloca, e chi semplicemente quelle pagine le ha già lette, e desidera donarle a qualcun altro, così che abbiano una seconda vita. "Vengono persone di ogni tipo, molti studenti ma anche meno giovani, bolognesi o turisti" ha detto Tina Mucci, una volontaria della struttura
E’ una piccola vetrina nel centro storico di Bologna, dove i libri regnano sovrani. A renderla diversa dalle numerose biblioteche della Dotta, o dai tanti negozi che in città vendono volumi, però, è una particolarità: da Libri Liberi i saggi e romanzi non si comprano. Si prendono in dono. La libreria fondata da Anna Hilbe, infatti, funziona così: chi desidera un testo può prenderlo, purché non se ne portino via più di tre alla volta. “E’ una questione pratica – spiega Tina Mucci, che fa la volontaria a Libri Liberi per via della sua passione per la letteratura – abbiamo circa 1.800 volumi qui, e per rimanere sempre forniti facciamo in modo di regolamentarne l’uscita”. La libreria, in via San Petronio Vecchio, sopravvive grazie alle donazioni, tra chi svuota casa e non sa che farsene dei vecchi classici, chi trasloca, e chi semplicemente quelle pagine le ha già lette, e desidera donarle a qualcun altro, così che abbiano una seconda vita.
Anna Hilbe, libraia che nel 1977 fu tra le fondatrici della storica la libreria delle donne di Bologna, desiderava proprio che il suo progetto funzionasse così quando, due anni, fa prese in affitto il piccolo spazio. “Volevo che la cultura tornasse a circolare, al di là delle leggi del mercato”. All’epoca le capitò sottomano un articolo su due librerie, una a Baltimora, negli States, e una a Madrid, in Spagna, che i volumi, come Libri Liberi, non li vendono ma li regalano. “Ho voluto importare la cosa anche qui in Italia, e poi un giorno sono passata davanti a questo negozio. Ho scoperto che l’affittavano a un prezzo modesto, che potevo permettermi, e così è nato questo spazio”. Unica nel suo genere, visto che non c’è l’obbligo di riconsegnare i libri presi, né di donarne altri in cambio di quelli che si portano a casa, non c’è un solo articolo in vendita nella libreria. Tutte le spese, luce e affitto, sono a carico di Anna, “ma è un sacrificio che faccio volentieri. Io amo i libri, con tutto il cuore. E’ così bello condividerli con altre persone”. Lo spazio rimane chiuso solo il lunedì, e non è difficile trovare qualcuno davanti alla saracinesca che nasconde la vetrina in attesa che la libreria apra, spesso studenti, che tra una lezione e l’altra si fermano a caccia di qualche volume. “E’ una risorsa per tutti – racconta la ventunenne Mei, studentessa di Lettere classiche a Bologna – qui mi capita di trovare classici come opere di nicchia, dai romanzi più famosi alle raccolte di poesie meno conosciute. E’ un modo per fare sì che tutti possano accedere ai libri, che oggi spesso costano parecchio. Anche chi non è privilegiato”.
Due anni fa, quando Anna aprì la serranda per la prima volta, lo spazio era solo un luogo di ritrovo per qualche appassionato. Poi, però, tra passaparola e social network, nelle ultime settimane è diventato una piccola istituzione. Tanto che appena arriva l’ora di accendere le luci, la libreria si riempie in un momento. “Vengono persone di ogni tipo, molti studenti ma anche giovani e meno giovani, bolognesi o turisti che visitano la città un po’ da tutte le parti d’Italia – spiega Mucci – del resto, qui c’è di tutto”. Saggistica, dizionari, romanzi, libri per bambini. E poi volumi di storia, religione, cinema, sociologia, politica. Accanto a Stefano Benni c’è Isabel Allende, e poco più in là si trovano Lew Wallace, Banana Yoshimoto e Umberto Eco. C’è persino una sezione in lingue straniere, “ed è un piccolo viaggio intorno al mondo – racconta Hilbe – dal francese al coreano”.
“E’ un progetto che si basa su una generosità che lascia piacevolmente sorpresi”, racconta Federica, 34 anni, arrivata a Bologna da Rovigo per vedere le Due Torri ma anche la libreria. “Viene sempre da chiedersi se alla fine non si dovrà pagare qualcosa, prima di uscire, perché forse noi italiani non siamo più abituati alla generosità”. “Io cerco di portare sempre qualcosa, perché mi fa piacere contribuire – spiega Erica, studentessa di Scienze politiche, che scambia Donato Carrisi per Nathaniel Hawthorne – sarebbe bello se progetti simili prendessero piede in Italia. Chi ama la lettura ha sempre qualche libro che non apre più e può donare, meglio che tenerli in casa ad accumulare polvere, no?”. Sul tavolo di vetro, appena al di là dell’entrata, poi, c’è un quaderno colorato che racchiude i nomi di chi è alla ricerca di qualcosa di preciso. “A volte arrivano persone che hanno in mente un titolo particolare che magari non abbiamo, così segniamo il nome e il numero di telefono, e se il libro arriva, vengono contattate”.  “Si trova un po’ di tutto, qui – racconta Paolo, neolaureato in Filosofia – ed è un bell’esempio di solidarietà”. “La nostra regola è semplice – annuisce Anna – in questa libreria i libri non si vendono né si comprano. Passano dalle mani di chi li ha letti a quelle di chi desidera leggerli”.

Preso da qui: Clikka

Ciabattino

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Il dentista sociale 2.6.2016 - 8:50 - #12

Il dentista sociale: l'otturazione si paga in base al reddito
di ERICA MANNA

Il dentista degli ultimi viene dall’isola di Icaro e lavora al quinto piano di un palazzo stretto tra il Porto Antico e la chiesa di San Torpete. Non è difficile da trovare. Almeno quattro pazienti al giorno lo chiamano perché hanno letto l’annuncio, un grande cartello in via San Giorgio: “Dentista sociale – Onorari secondo lo stato del bisogno a operai, pensionati, contadini, studenti, artigiani e artisti”. Quando lo ha affisso, un anno fa, il dottor Nicolas Dessypris non ha chiesto il permesso a nessuno. E quando il Comune gli ha chiesto duemila euro, è scoppiato a ridere. “Con tutte le persone che hanno bisogno, che cercano di mangiare con tre denti perché non hanno i soldi per curarsi, duemila euro per un cartello?”. Non vuole essere chiamato benefattore, questo signore che, come Icaro, vola alto ma non ha paura di cadere. E cura i denti come una missione, anzi, come una filosofia: semplice e lampante come il suo annuncio abusivo: “Io penso che tutte le persone hanno il diritto di mangiare, hanno il diritto di avere dei denti. E se non possono permetterselo, qualcuno li deve aiutare. Ognuno, nel suo piccolo, deve fare la sua rivoluzione personale”.
La sua rivoluzione è in questo piccolo studio vicino al porto, aperto 26 anni fa. E, da sette, la definizione di dentista sociale: una figura che nasce in Italia nel 2009 in seguito a un accordo tra Ministero del Lavoro, delle politiche sociali e l’Associazione nazionale dentisti italiani. E prevede un tariffario agevolato per chi ha problemi economici. Basta portare il proprio Cud, il 730 o il modello unico, precisa un altro cartello affisso nello studio. Gli sconti saranno proporzionati al reddito: del 50 per cento per chi guadagna fino a 5000 euro all’anno, del 40 per chi è nella fascia da 5 a 10 mila, e via così. Ma il dottor Dessypris, che ha quasi settant’anni eppure non lo diresti mai, dal lampo guizzante che gli accende lo sguardo, non è un uomo da calcolatrice alla mano. Lo studio è invaso da un sottofondo di musica greca e dalle immagini della sua isola, Icaria, che ha lasciato più di quarant’anni fa per iscriversi a Medicina a Genova e che è dappertutto, nei depliant sul tavolo della sala d’aspetto e alle pareti. “La prima visita e il preventivo li faccio gratis. Quando qualcuno ha un’urgenza, forte dolore, gli tolgo il male. E poi si vedrà. C’è un signore che viene da me da cinque anni, ha una malattia muscolare, all’inizio arrivava in studio con il bastone, poi con le stampelle, poi in ambulanza. Altre volte arriva qui un ragazzino autistico. Come faccio a chiedere dei soldi? Già hanno la loro disgrazia”.
Allo studio di Dessypris bussano per lo più italiani, “pensionati che prendono 300 euro al mese, famiglie numerose, genitori separati con figli a carico, operai in cassa integrazione, disoccupati, artigiani che hanno perso il lavoro. E poi qualche straniero, alcuni sono ambulanti che vendono al Porto Antico, altri me li manda un’associazione in via Pré che segue soprattutto i bambini. C’è tanto bisogno”. Il dottore degli ultimi la conosce bene, questa parola. A 22 anni ha lasciato la famiglia e i sette fratelli per venire a studiare medicina. A Genova. “L’ho scelta per il mare – sorride – in Grecia, gli anni Settanta erano tempi durissimi. Per mantenermi agli studi ho lavorato in una ditta di forniture navali, ho fatto il corriere, il commesso nel negozio
di un amico greco”. A Icaria ci va ancora, tutti gli anni. “Per vedere i parenti, i nipoti. Quando andrò in pensione, tornerò a casa mia”. La sua casa l’ha indicata sulla cartina, con un pallino rosso. Accanto alla mappa ha appeso anche un foglio tutto scritto in greco. “Sono saggi delfici – spiega – ecco, qui dice: conosci te stesso, e non invidiare niente. L’unico modo per essere felici”

Ciabattino

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Piccolo piace 9.7.2016 - 9:38 - #13

Per tutti quelli che hanno la lingua corta e non solo .............

Ciabattino

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Da luglio sarà più semplice 3.9.2016 - 8:29 - #14

Un cognome curioso o imbarazzante può rappresentare il tormentone di una vita. Da luglio sarà più facile cambiare cognome e saranno in molti a tirare un respiro di sollievo dopo anni passati in compagnia di cognomi difficili, imbarazzanti, ridicoli. Cognomi che creano disagi. Cognomi in grado di rendere un inferno il periodo scolastico di un adolescente, di animare battute ripetitive quanto sgradevoli. Ma anche di essere ragione di mancati matrimoni. Come nel caso del signor Chiancazzo, che si è visto respingere dalla promessa sposa se non avesse cambiato cognome. Ragioni che hanno spinto ben 7.801 persone a chiedere di cambiare cognome negli ultimi tre anni (anche se poi solo 4.098 ce l'hanno fatta).

Che tormenti in classe
Basta sfogliare un vecchio elenco telefonico per immaginare i tormenti in classe o al lavoro di alcune persone. A Milano, per esempio, la signora Culin Rosa. O il signor Felice Mastronzo. E anche i signori Tontodimamma, Contacessi, Ciucciovasino, D'Incertopadre non devono essere stati tanto felici del cognome ereditato dal papà. Che dire, poi, dei tormenti dei signori Pernacchio, Porco, Maiale o delle signore Racchia e Cozza?

Quando un cognome strappa un sorriso
A volte se il sorriso scatta si può dire che è tutta colpa dei genitori, che hanno abbinato al cognome un nome che lo rende ridicolo. Come Santa Pazienza, Assunto Licenziato, Manno Assunta, Nella Nebbia, Perla Madonna, Perla Pace, Benedetta Topa, Viva Capezzoli, Desiderata Troia, Zoccola Felice, Muoio Fortunato, Vera Sciagura, Pizza Margherita, Gatto Silvestro, Brezza Marina, Remo Labarca, Pagella Scolastica, Evacuo Felice, Indovina La Triglia.

A volte un nome è un destino
E a volte il nome rappresenta un destino anche in campo professionale. Che dire del dietologo dottor Mangione, del dentista dottor Canino o del dottor Malatesta, esperto in cefalee? C'è anche il signor Erotico Carmelo, proprietario di un sexy shop. Come dire un nome (ma in questo caso un cognome), un destino. Ora l'iter più breve aiuterà molti a liberarsi di un cognome imbarazzante.

Tratto da qui


Ciabattino

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Piano piano la gente capisce 1.11.2016 - 14:31 - #15

Non è solo Donald Trump a non fidarsi delle elezioni americane. Secondo un sondaggio realizzato dal Prri (Istituto partner della prestigiosa Brookings Institution) solo meno della metà degli americani pensa che il proprio voto verrà contato correttamente.
La maggior parte ritiene poi che comunque la cosa non avrà nessuna importanza, perché in ogni caso le decisioni politiche vengono influenzate e decise nel mondo degli affari. Non proprio una visione che ti invoglia a votare, e a credere nei risultati del voto. La cosa più rilevante emersa dal sondaggio, ha dichiarato al New York Times Robert P. Jones, Ceo di Prri, è che «gli americani sono fondamentalmente divisi tra quelli che pensano che il problema più grave siano i brogli, e quelli che pensano che invece sia la revoca del diritto di voto». Per via delle diverse legislazioni nei singoli Stati infatti negli Stati Uniti il voto è spesso negato a persone qualificate a esercitarlo, e questo fatto è ormai ampiamente percepito nell'elettorato come arbitrario. Mentre la questione dei brogli, almeno secondo Jones, sarebbe di poco rilievo, l'artificiale riduzione del corpo elettorale, contro la quale si sono levate proteste lungo tutta la storia americana, ha oggi un peso maggiore. Nel sondaggio di Prri il 41 per cento degli intervistati ritiene che le questione più importante sia «la negazione del voto a chi ne avrebbe diritto», e il 37 i brogli. Comunque solo il 43 per cento degli elettori, con maggiore frequenza elettori di Hillary Clinton, pensa che il suo voto sarà contato come si deve.
Il 57% del totale, e addirittura i due terzi degli elettori indipendenti da partiti, pensano invece che il proprio voto non ha grande importanza, perché tanto la politica e le elezioni sono controllati dall'establishment finanziario.
I votanti millennials (oggi dai 18 ai 36 anni), cresciuti nelle ricchezza e dopo confrontati con la povertà, sono poi, nel 66 per cento dei casi, i più pessimisti di tutti sul peso del loro voto, e del voto in generale. I soliti millennials, secondo Robert Jones, «con la loro classica sfiducia verso le istituzioni in generale»: «certo, ciò non fa presagire niente di buono per la partecipazione civica». Sulla posizione dei milennials verso i sistemi democratici però stanno uscendo dati molto più inquietanti di questo sondaggio. Ad esempio un recente studio di ricercatori delle università di Harvard e Melbourne, pubblicato sul Journal of Democracy, secondo il quale il 25 per cento dei millennials americani ritengono che la democrazia sia un cattivo, o addirittura pessimo modo di amministrare il paese. E il 26 per cento di loro considera di nessuna importanza per la gente scegliere i propri leader con libere elezioni. Oltretutto i millennials sembrano anche più inclini all'autoritarismo. Infatti, secondo lo studio, sarebbero rispetto agli over 75 (+ 45) , e ai baby boomers (+19) molto più disponibili ad accettare un colpo di Stato militare in caso di incompetenza del governo. Del resto il loro disinteresse verso la democrazia e i suoi riti (tra i quali il votare) e il fastidio verso le posizioni dei più poveri e delle popolazioni rurali (che si sta ripetendo oggi negli Usa) è stato uno degli ingredienti che hanno consentito in Inghilterra la vittoria della Brexit (anche se poi molti fra loro volevano abrogarla). Un'insofferenza certo politicamente scorretta, ma molto diffusa tra la gente, si sta manifestando in quasi ogni aspetto della società americana, come del resto in Europa. Descriverla con precisione infastidisce. Ma è probabilmente più sano che guardare da un'altra parte

Ma i "millennials" Usa non credono al voto

Ciabattino

461 post
Svelato il trucco della levitazione 6.11.2016 - 1:38 - #16





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